G8: le testimonianze

Come un governo di merda e una polizia fascista hanno trasformato una normale manifestazione.
Dario Fo sul G8
Stefano Agnoletto
Luigi
una studentessa di Palazzo Nuovo
Gian Paolo Ormezzano
Anna Chiara Novero
Alessandra Baduel
Enrico
Sara
un poliziotto

ORA SAPPIAMO COSA E' SUCCESSO E CHI SONO I RESPONSABILI
La televisione ha mostrato i ragazzi feriti  per terra con gli agenti che si accanivano su di loro a calci e manganellate.  E questo senza che la voce degli speaker televisivi si levasse a commentare. Franca era in mezzo ai cortei, venerdì e sabato, e ha visto di persona come si difendesse la legalità: i manifestanti a mani alzate venivano asfissiati coi gas e poi bastonati. Hanno gasato con questi nuovi lacrimogeni, tremendi, persino un gruppo di frati e suore che pregavano e poi hanno bastonato anche loro. E fa impressione chi dice: "I poliziotti sono stati attaccati, dovevano difendersi". Benissimo, ma dovevano difendersi da chi li attaccava o attaccare a loro volta chi manifestava pacificamente? E perché poi si sono messi a spaccare le braccia a un giornalista del Resto del Carlino? Fiancheggiava anche lui i Black Bloc?
I giornali e i siti internet si stanno riempiendo delle testimonianze di persone che denunciano le violenze subite o quelle alle quali hanno assistito. Piu' di 200 persone fermate dalla polizia hanno denunciato di essere state portate nella caserma Bolzaneto, fatti passare tra due file di poliziotti che li percuotevano, li insultavano e minacciavano le donne di stupro, inneggiando al nazismo, a Pinochet, allo sterminio degli ebrei. Dario ha ascoltato, a un festival dell'Unità, la testimonianza di alcuni giovani appena rilasciati. Confermano le dichiarazioni di tutti gli altri imprigionati, li hanno picchiati, tenuti in piedi addirittura per 12 ore a gambe larghe, chi non riusciva a resistere veniva picchiato di nuovo. Ogni tanto buttavano negli stanzoni gas lacrimogeni o irroravano i ragazzi con gas orticanti. C'era un extracomunitario con una protesi artificiale alla gamba e un uomo malato che si reggeva a stento in piedi. Alcuni erano arrivati lì già feriti, appena dimessi dall'ospedale, e hanno subito le stesse torture. Quasi tutti questi fermati sono poi stati rilasciati perché non c'erano prove di nessun tipo a loro carico.
Uno era un operatore tv, Timothy Ormezzano, figlio di un giornalista della Stampa, sfregiato da una ferita alla bocca, e percosso in tutto il corpo. Alfonso De Mauro, un fotografo conferma la stessa storia. Ha un piede rotto, una costola incrinata, il volto tumefatto e il corpo pieno di lividi. C'è un ragazzo inglese, Mark Covell, con uno sfondamento toracico, e Lena Zulke, cittadina tedesca, con un polmone sfondato, entrambi sono ancora in rianimazione. Una madre è riuscita a ritrovare la figlia solo dopo 3 giorni di ricerca disperata, grazie all'aiuto non dell'autorità ma di alcune giornaliste. La madre ha ritrovato Anna Giulia Lutschkal, 21 anni, nel carcere di Voghera, con i denti davanti tutti spezzati e in stato di shock. Anche questa ragazza è stata poi rilasciata perché non ci sono prove contro di lei.
Insomma sono accaduti fatti di una gravità assoluta. Il ministro degli Interni si indigna e dice che sono tutte frottole, non crede a queste denunce ma ora c'è anche un poliziotto della caserma Bolzaneto che ha confermato a Repubblica i pestaggi allucinanti, con agenti che facevano pipì addosso ai prigionieri e inneggiavano al nazismo. Ai fermati non veniva permesso neanche di andare in bagno e dopo ore erano costretti a farsela addosso. Il poliziotto dice che molti agenti hanno tentato di impedire il macello. Ma non c'e' stato niente da fare. Gli autori delle angherie erano in maggioranza guardie carcerarie del Gruppo Operativo Mobile provenienti da Roma. Si tratta di una squadra speciale, sotto il comando di un ex generale del Sisde (servizi segreti) creata nel 1997 sotto il governo dell'Ulivo che già fece parlare delle sue violenze a proposito di un'irruzione nel carcere di Opera. Lo stesso agente della caserma Bolzaneto dice che sono stati quelli del Reparto Mobile di Roma della Polizia di Stato gli autori della selvaggia incursione nella scuola Diaz, dove più di 60 ragazzi sono stati massacrati di botte mentre per lo più stavano ancora dentro i sacchi a pelo o erano seduti per terra con le mani in alto.
Come possiamo accettare che le forze dell'ordine sottopongano persone innocenti a forme di tortura fisica e psicologica? Ma attenzione: torturare i prigionieri è un atto indegno anche se questi fossero responsabili di lanci di pietre, come va raccontando la polizia. La Costituzione italiana prevede la detenzione e, quando è possibile, il recupero dei colpevoli non la loro tortura. E perché distruggere tutti i computer e le stampanti? Lanciavano pietre anche loro? E perché portarsi via i nastri video delle riprese dei cortei con testimonianze dei relativi pestaggi? Non è possibile nessuna convivenza civile laddove alcuni elementi delle forze dell'ordine possono credersi in diritto di violare la legge in modo così grave e abietto senza incorrere nei rigori della legge stessa. Il fatto che ci siano dei criminali che hanno devastato la città e aggredito le forze dell'ordine non può essere un pretesto per un comportamento illegale. Le forze dell'ordine esistono proprio perché si dà per scontato che esistano dei criminali e che si debba incaricare qualcuno di fermarli.
E' evidente che dovremo impegnarci a fondo per ottenere che questi comportamenti vengano stroncati. Non sarà facile. Ottenere giustizia è un percorso lungo. E qui nasce un secondo discorso che oggi è di importanza cruciale. Abbiamo sentito molti compagni testimoniare: "Sono andato con le mani alzate, mi hanno picchiato, la prossima volta sarò pronto a difendermi!". E altri esclamare: "Voglio giustizia e la voglio subito!". Ecco noi siamo veramente preoccupati per il modo nel quale la sinistra, nel suo complesso, sta agendo. Non parliamo tanto di questo o di quel gruppo politico ma della cultura, del modo di intendere la realtà. Ad esempio in questi mesi stiamo collezionando disastri che qualcuno ha il coraggio di salutare con entusiasmo. La sinistra si è presentata alle elezioni divisa ed è stata battuta e Bertinotti e l'Unita'  hanno detto: "Abbiamo vinto!" In molti avevamo proposto di fare una festa lontano da Genova come era accaduto per Porto Alegre ed evitare di cadere nella trappola e di trovarci con un morto e centinaia di feriti. E ci tocca di leggere sul Manifesto proclami di vittoria perché comunque il corteo c'è stato e non ci hanno ammazzati tutti.
Scusate ma noi abbiamo un'altra concezione della vittoria. Sembra addirittura che molti siano caduti nella logica del "tanto peggio, tanto meglio!" Sperate veramente che se ci picchiano più forte il popolo italiano si ribellerà? Avete un'idea della sofferenza come fattore positivo per il progresso dell'umanità? Bisogna iniziare a ragionare in modo più razionale cercando di capire che le azioni non devono solo essere giuste ma anche efficaci. Andare a Genova ad assediare il G8 era una scelta giusta, sacrosanta, ma non aveva nessuna capacità di aiutarci a far capire agli italiani che i potenti del mondo stanno facendo danni enormi a tutta l'umanità. Altrettanto evidente, e l'abbiamo ripetuto alla nausea, era che le manifestazioni sarebbero finite in un massacro e che i mass media legati al potere, cioè quasi al completo, ci avrebbero indicati come i colpevoli di tutto.
Il Movimento non può consolarsi dicendo "Ma non è stata colpa nostra, sono gli altri i criminali." E' vero che i criminali sono gli altri ma è vero anche che le loro azioni sono prevedibili come quelle delle telenovelas: il morto fa parte dell'audience. Il Movimento deve scegliere se condurre azioni che costringano l'avversario a fare certe mosse e non altre.  E' come a scacchi, se non ragioni sull'efficacia delle mosse regali la partita all'avversario. Da questo punto di vista i potenti del mondo, come quasi sempre, sono stati molto più abili e efficienti. Il loro obiettivo, spero che ora sia evidente a tutti, era quello di trascinarci in una rissa per impedire che la nostra voce venisse seriamente ascoltata. Non c'e' nessuno all'interno del Movimento che non abbia notato e detto e scritto che tutto il modo nel quale le forze dell'ordine hanno gestito la piazza sembrava proprio studiato per arrivare al macello. Hanno difeso perfettamente, con le truppe migliori la Zona Rossa, hanno mandato i ragazzi di leva in prima linea, su mezzi che non reggevano neppure le sassate, su mezzi non dotati di reti di protezione, e hanno lasciato che ufficiali incompetenti ordinassero manovre d'attacco che più volte hanno messo a repentaglio la vita degli agenti. Non hanno controllato il territorio fuori dalla Zona Rossa, non sono intervenuti contro il blocco nero, non si sono preoccupati che i manifestanti pacifici venissero distinti dai violenti, non hanno impedito che gruppi di agenti praticassero ogni sorta di brutalità. Loro sono riusciti a manovrarci in modo efficiente. Hanno vinto a Genova e stanno vincendo in tutta Italia perché centinaia di compagni stanno pensando a come vendicarsi di tanta inumana violenza. E il sospetto che molti dei Black Bloc fossero agenti speciali e provocatori provenienti da mezza Europa con il compito di provocare dovrebbe far riflettere almeno un istante.
E poi si scopre che 300 Black bloc sono restati per 4 giorni a esercitarsi nel campo sportivo di Quarto, a 400 metri da una caserma, e si sono messi in tenuta da guerra sotto gli occhi della polizia senza che nessuno intervenisse. E si scopre pure che i vertici della polizia sapevano che gruppi di nazisti stavano arrivando a Genova per infiltrarsi nei cortei. Forse qualcuno voleva proprio essere certo che ci fossero scontri. Ne aveva l'assoluta necessità. Riprovano un vecchio gioco. Portare il Movimento allo scontro. Un centinaio di terroristi di sinistra ben organizzati, incazzati e infiltrati sono quello che vogliono ora. E sanno benissimo come si costruisce un terrorista: picchia 100 ragazzi pacifici e otterrai una belva assatanata di sangue! Ma veramente pensate che abbiano paura di noi che urliamo in piazza? O che qualche terrorista uccida qualche poliziotto? Ma credete che temano le petizioni, le denunce, i sit-in o le molotov? Se volete capire come vanno le cose dovete guardare gli indici azionari. E' quello il termometro del benessere della nostra lotta. Berlusconi guarda gli indici azionari e finché stanno bene lui sa di essere al sicuro. Le giornate di Genova hanno lasciato gli indici indifferenti. Guardate invece che cosa ha ottenuto il boicottaggio della McDonald's o della Exxon: grave flessione delle vendite, danno d'immagine, caduta del titolo in borsa, milioni di dollari di capitalizzazione andati in fumo.
E' meraviglioso, puoi fare più danni non mangiando un panino che tirando un sasso.
Dario Fo

Cari amici,
mi permetto di inviarvi un mio breve resoconto su Genova. Allora io ero a Genova. Io ho visto. Non date retta ai giornali ed ai telegiornali. E' stata una cosa pazzesca, un massacro. E' difficile raccontare ciò che è avvenuto tra venerdì e sabato. Per farlo mi aiuto con quello che ho visto io e quello che hanno visto altri carissimi amici presenti a Genova. Vi prego di avere la pazienza di leggere è veramente la cronaca di un incubo che difficilmente sentirete sui grandi mass media.
1. Io arrivo giovedì a Genova dopo la festosa manifestazione dei migranti, 50.000 persone. Ci sono i campi di raccolta, siamo tantissimi. Migliaia di persone assolutamente pacifiche, un clima meraviglioso (mi ricordava i miei campi scout). Si discuteva si cantava si stava bene insieme. Scout e militanti, volontari e professionisti e venerdì mattina iniziamo le piazze tematiche in una città blindata: le varie associazioni si troveranno sparse nella città per fare un assedio festoso con danze, performance e slogan alla famosa zona rossa. A questo punto sul lungo mare arriva il famoso black block, alcuni di loro vengono visti parlare con la polizia, altri direttamente escono dalle loro fila. Parlano soprattutto tedesco. Iniziano a sfasciare tutto. Polizia e carabinieri stanno fermi. I Black block cercano di infilarsi nel corteo dei lavoratori aderenti ai COBAS e altri sindacati, di cui picchiano uno dei leader, vengono respinti a fatica. Poi i black block puntano sulla prima piazza tematica (centri sociali), piombano armati fino ai denti. La polizia li insegue, i manifestanti si trovano attaccati prima dai black e poi dalla polizia che a quel punto inizia le cariche violentissime. I Black se ne vanno e piombano sulla piazza dove c'era la rete di Lilliput (commercio equo, gruppi cattolici di base, Mani Tese..ecc.). La gente facendo resistenza pacifica cerca di allontanarli. La polizia insegue: carica la piazza. La gente alza le mani grida pace! Volano lacrimogeni manganellate. Ci sono feriti. I Black se ne vanno e continuano a distruggere la città... 300-400 del Black Bloc vagano per Genova, chi li guida conosce perfettamente la città: il loro percorso di distruzione punta a raggiungere tutte le piazze tematiche dove ci sono le iniziative del movimento. E' impressionante. Si muovono militarmente, si infiltrano, i capi gridano ordini, gli altri agiscono. E a ruota arrivano polizia e carabinieri. Intanto nella piazza tematica dove c'è l'ARCI e l'Associazione Attac ecc. tutto va bene, nel primo pomeriggio si decide di andarsene dal confine con la linea rossa fino ad allora assediata con canti, scenette, ecc. La gente sfolla verso Piazza Dante, la polizia improvvisamente lancia lacrimogeni alle spalle. Fuggi fuggi generale. Gli ospedali si riempiono di feriti. Molti pero' non vanno a farsi medicare in ospedale: la polizia ferma tutti quelli che ci arrivano.
E' sera. La gente è sconvolta, molti inziano a essere presi dalla rabbia. Dei black improvvisamente non si ha più notizia. Alla cittadella dove c'è il ritrovo del Genoa Social Forum saremo diecimila. E' arrivata la notizia della morte del ragazzo. C'è paura, i racconti di pestaggi violentissimi si moltiplicano. Ragazzi e suore che piangono. C'è un sacco di gente ferita. Un anziano che piange con una benda in testa, è un pensionato metalmeccanico. C'è Don Gallo della Comunità di San Benedetto. C'è la mamma leader delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina, quelle che da anni cercano notizie dei loro figli desaparecidos: dice che e' sconvolta per quello che ha visto con i suoi occhi, gli ricordano troppo l'Argentina della dittatura: non pensava fosse possibile in Italia. Intervengono mio fratello, Luca Casarini delle tute bianche e Bertinotti (l'unico politico che ha avuto il coraggio di correre); calmano tutti: ragazzi non uscite in piccoli gruppi, non accettate la sfida della violenza. Si decide che la risposta sarà la grande manifestazione del giorno dopo, saremo in tantissimi, pacificamente contro tutte le provocazioni e le violenze di black block e forze dell'ordine. Il senatore Malabarba racconta che e' stato in questura. Ha trovato strani personaggi vestiti da manifestanti, parlano tedesco ed altre lingue straniere. Confabulano con la polizia e poi escono dalla questura. Scoppia improvvisamente un incendio in una banca vicino alla cittadella. Gli elicotteri ci sono sopra: per più di 40 minuti non arrivano né pompieri né niente. Di notte uno dei campi dove siamo a dormire, il Carlini, viene circondato dalla polizia. "Entrate a perquisire, fate quello che volete". La gente piange: implorano di non essere ancora caricati. La polizia entra: nel campo non trova niente.
2. Sabato: la grande manifestazione, siamo veramente una moltitudine. Il corteo parte, ci sono mille colori. Gente di tutto il mondo. Tutte le associazioni, il volontariato, i contadini, i metalmeccanici, i curdi, ecc. Canti, danze, mille bandiere. Piazzale Kennedy. Non ci sono scontri. Non c'è niente. Sbucano i black Block La polizia improvvisamente, senza alcun motivo, spacca in due l'enorme manifestazione. Si scatena la guerra. Cariche dovunque, manganellate. Sono impazziti. La polizia carica i metalmeccanici della FIOM, i giovani di Rifondazione. Iniziano inseguimenti per tutta Genova. Chi rimane solo è inseguito, picchiato. Decine di persone testimoniano di inseguimenti e pestaggi solo perché riconosciuti come manifestanti. E' picchiato dalla polizia un giornalista del Sunday Times (sul numero di oggi racconta la sua avventura...). In un punto tranquillo della manifestazione, sul lungomare, improvvisamente da un tetto vengono sparati lacrimogeni che creano panico. Usano gas irritanti, producono dermatiti, non fanno respirare. I Black Block? compaiono e scompaiono, nessuno li ferma. Attaccano un ragazzo di Rifondazione. Gli spaccano la bandiera e lo picchiano. Attaccano a pietrate i portavoce del Genoa Social Forum. Spaccano vetrine ed incendiano. Sono armati fino ai denti: ma come ci sono arrivati nella Genova blindatissima? La testa della grande manifestazione è tranquilla, il Genoa Social Forum fa l'appello di defluire con calma, di non girare da soli per la città. Veniamo indirizzati verso Marassi dove ci sono i pulman di quelli arrivati la mattina. Siamo fermi lì. Non si può andare avanti: a piazzale Kennedy è guerra. Siamo in tanti fermi, seduti per terra. Improvvisamente partono i lacrimogeni. Fuggi fuggi generale. Si cerca di tornare verso la cittadella del Genoa Social Forum: passano camionette della polizia da dove urlano: vi ammazzeremo tutti! La seconda parte del corteo non arriverà mai alla piazza dove era prevista la conclusione. Tutte le persone vengono caricate indistintamente sul lungo mare. Chi riesce scappa nei vicoli verso la collina, dove si scatena una vera e propria caccia all'uomo. Sabato notte, la manifestazione era ormai finita da alcune ore, la polizia irrompe nella Sede stampa del Genoa Social Forum. Picchiano tutti con una violenza impressionante. In particolare sono interessati alla documentazione (testimonianze, video, foto...ecc.) che raccontano quello avvenuto tra venerdì e sabato: sono molti attenti a distruggere tutto. Vengono distrutti tutti i PC e tutto il materiale che trovano, viene arrestato l'avvocato che coordina il gruppo di avvocati presenti a Genova. Viene distrutto o portato via anche tutto il materiale che gli avvocati avevano raccolto per difendere le persone arrestate. Adesso non si sa più neanche quante sono e quali sono le accuse. Durante la perquisizione, fatta senza alcun mandato, a parlamentari, avvocati, giornalisti e medici è impedito di entrare. Le famose armi comparse oggi in conferenza stampa ieri non si erano viste... rimangono i feriti e gli arrestati. Del black blok non si sa più niente.
Vi assicuro, due giorni da incubo: black block e forze dell'ordine hanno fatto un massacro e volevano farlo. Poliziotti e carabinieri erano stati montati in modo pazzesco, fin da venerdì mattina urlavano e insultavano. Gli hanno veramente lavato il cervello. E poi oggi a sentire televisioni e leggere giornali: Dio mio sembra proprio un regime: dove hanno scritto la verità che tutti noi che eravamo lì abbiamo visto? Divento poi matto a pensare che alcuni potranno ancora pensare: "voi contestatori, dite le solite cazzate..." Non fatevi imbrogliare, abbiate il coraggio di mettere in discussione i vostri convincimenti sulle meravigliose forze dell'ordine italiane e sugli apparati democratici del nostro Stato. A Genova veramente è avvenuto qualcosa di pazzesco. Hanno inaugurato il nuovo governo.... Un'altra piccola cosa: sul giovane ammazzato. La sapete la prima versione della questura prima che comparissero i video? ammazzato da un sasso lanciato da altri manifestanti... Se pensate che molta della documentazione raccolta da testimoni è stata distrutta dopo l'irruzione alla sede del Genoa Social Forum di questa notte... ci rimangono le "sicure" versioni delle forze dell'ordine... Meditate e per favore fate girare, stampate, parlate, c'è bisogno di raccontare la verità. A vostri amici, parenti, colleghi di lavoro. Vi prego non voltatevi dall'altra parte. Grazie

Stefano Agnoletto



Ciao a tutti.
Ho partecipato alle manifestazioni di Genova di venerdì e sabato, quelle degli scontri. Quello a cui ho assistito e quello che ho vissuto è difficile da raccontare, ancora più difficile forse da credere, per chi non c'era. Vi prego solo di leggere per intero questa e-mail e di credermi quando vi dico che ciò che vi racconterò è tutto vero. Sono cose a cui io stesso ho assistito o cose che mi sono state raccontate da amici carissimi. L'informazione, in special modo quella televisiva, sta tentando di stravolgere la realtà in un modo allucinante.
Non trovo le parole adatte a descrivere lo stato emotivo in cui mi trovo, e in cui si trovano tutte le persone che erano a Genova con cui ho parlato oggi. Per tre giorni siamo stati privati dei diritti elementari, siamo stati braccati da Polizia e Carabinieri, molti sono stati picchiati, insultati, minacciati. Un ragazzo è stato ucciso. Le forze dell'ordine dovrebbero servire a permettere lo svolgimento della manifestazione, dovrebbero difendere chi manifesta democraticamente. A Genova, invece, i manifestanti sono stati carne da macello. Sequenza 1. Già alla partenza da Milano, capiamo che da quel momento non siamo più cittadini a tutti gli effetti. Prima di salire sul treno veniamo perquisiti come criminali, uno ad uno. Fin qui va bene, è per la sicurezza. Il treno impiega 8 ore per arrivare a Genova, quando normalmente ne servono due. Nessuno ci avvisa, nessuno ci spiega. Arrivati a Genova (alle cinque del mattino), una delle poche note positive. Troviamo una sistemazione per dormire in un campo sportivo trasformato in campeggio. Il clima è bellissimo. Migliaia di persone dormono fianco a fianco, nei sacchi a pelo, con negli occhi ancora le immagini della manifestazione pacifica di giovedì 19. C'è voglia di condividere un'esperienza importante e un'attesa piena di speranza per il giorno seguente.
Sequenza 2. La mattina dopo, il brusco risveglio. Venerdì le varie associazioni si troveranno sparse nella città per fare un assedio festoso con danze, performance e slogan alla famosa zona rossa. Nella piazza in cui ero io, il corteo è pacifico, si canta e si balla accanto alle barriere di metallo innalzate a difesa degli otto grandi. Si batte il ritmo sulle inferiate e si gridano slogan contro i G8 e la blindatura della città. Di colpo la Polizia apre gli idranti con acqua al peperoncino che brucia gli occhi. Lo fa una, due volte, ma nessuno perde la calma.
Sequenza 3. La calma è invece cessata in altri punti della città. Sul lungo mare arriva il famoso black block, alcuni di loro vengono visti parlare con la polizia, altri direttamente escono dalle loro fila. Iniziano a sfasciare tutto. Polizia e carabinieri stanno fermi. I Black block cercano di infilarsi nel corteo dei lavoratori aderenti ai COBAS e altri sindacati, di cui picchiano uno dei leader, vengono respinti a fatica. Poi i black blok puntano sulla prima piazza tematica (centri sociali), piombano armati fino ai denti. La polizia li insegue, i manifestanti si trovano attaccati prima dai black e poi dalla polizia che a quel punto iniziano le cariche, violentissime. I Black se ne vanno e piombano sulla piazza dove c'era la rete di Lilliput (commercio equo, gruppi cattolici di base, Mani Tese, pacifisti, ecc.). La gente facendo resistenza pacifica cerca di allontanarli. La polizia insegue: carica la piazza. La gente alza le mani grida pace! Volano lacrimogeni e manganellate. Ci sono feriti. I Black se ne vanno e continuano a distruggere la città... 300-400 del Black Block vagano per Genova, chi li guida conosce perfettamente la città: il loro percorso di distruzione punta a raggiungere tutte le piazze tematiche dove ci sono le iniziative del movimento.. E' impressionante. Si muovono militarmente, si infiltrano, i capi gridano ordini, gli altri agiscono. E a ruota arrivano polizia e carabinieri che caricano indiscriminatamente, mentre i Black si dileguano.
Sequenza 4. E' arrivata la sera, saranno le sei. Dei black block non si ha più notizia. Si diffonde la voce che i Carabinieri hanno ucciso un manifestante. Ci raduniamo nella cittadella del Genoa Social Forum, sul lungo mare, siamo circa diecimila. Siamo tutti esausti, arrivano voci di decine di feriti ricoverati negli ospedali e almeno il doppio che hanno preferito non farsi ricoverare per evitare la schedatura. Arriva Bertinotti (unico politico che ha avuto il coraggio di presentarsi) che riesce a calmare un po' gli animi. Vorremmo tornare ognuno al proprio campeggio, ma i responsabili del GSF, dal palco, continuano ad implorarci di non uscire dalla cittadella: la polizia è impazzita e ha iniziato a picchiare chiunque abbia l'aspetto di un manifestante. Ogni cinque minuti la voce dal microfono grida: "Non uscite, è pericoloso! Stiamo trattando con il sindaco per avere degli autobus che vi accompagnino ai campeggi. Ripeto è pericoloso camminare per Genova, la polizia è fuori controllo". La tensione è alle stelle. C'è paura, i racconti di pestaggi violentissimi si moltiplicano. Ragazzi e suore che piangono. C'è un sacco di gente ferita. Un anziano che piange con una benda in testa, è un pensionato metalmeccanico. Il senatore Malabarba racconta che è stato in questura. Ha trovato strani personaggi vestiti da manifestanti, parlano tedesco ed altre lingue straniere. Confabulano con la polizia e poi escono dalla questura. La tensione aumenta ogni volta che gli elicotteri sorvolano la cittadella illuminandoci con un enorme faro. Restiamo letteralmente imprigionati per oltre quattro ore, finché non arrivano gli autobus che ci riportano ai campeggi, sfiniti. Di notte uno dei campi dove i manifestanti dormono, il Carlini, viene circondato dalla polizia. Entrate a perquisire, fate quello che volete, dicono i manifestanti. La gente piange: implorano di non essere ancora caricati. La polizia entra: nel campo non trova niente. Nel nostro campeggio la gente discute, ma i sentimenti più diffusi sono la paura e lo sconcerto per quanto sta succedendo. Ci addormentiamo inquieti e preoccupati per quanto potrebbe accadere l'indomani.
Sequenza 5. Sabato mattina, parte la grande manifestazione. Siamo tantissimi, 300 mila. L'inizio è tranquillo, canti, balli, centinaia di bandiere, colori, lingue diverse. Ci sono ambientalisti, contadini, associazioni dei diritti civili, gente comune, anziani, genitori con i propri figli. Ad un certo punto, senza ragione, la polizia spezza il corteo in due, in piazzale Kennedy. Dal nulla, sbucano fuori i soliti del black block: scoppia l'inferno. La polizia inizia a caricare tutti e due gli spezzoni del corteo. La testa riesce ad andare avanti, lo spezzone di coda rimarrà immobile sotto il sole fino a sera. Iniziano inseguimenti per tutta Genova, la polizia picchia indiscriminatamente. Lo spezzone di coda del corteo è stretto da un lato da un muro altissimo, dall'altro c'è il mare. Davanti c'è il blocco della polizia, dietro c'è la massa di persone. Di colpo la polizia inizia a lanciare lacrimogeni contro il corteo: sono tutti seduti con le mani alzate, inermi. Il gas dei lacrimogeni è orticante, brucia gli occhi e non fa respirare. L'unica via di fuga è buttarsi nel mare. Cinquecento persone si ritrovano a mollo, per trovare riparo dal gas. Anche gli elicotteri sparano lacrimogeni dall'alto, dal mare arrivano altri carabinieri. Intanto i black block scorrazzano ovunque, nessuno li ferma. Picchiano un ragazzo di Rifondazione, prendono a sassate i portavoce del Genoa Social Forum, incendiano, spaccano tutto. Io sono alla testa del corteo, dove la situazione è tranquilla. Quelli del Genoa Social Forum ci invitano a defluire: bisogna liberare la piazza dove finisce il corteo per permettere a chi sta dietro di fuggire dalle cariche della polizia e dai lacrimogeni che vengono sparati senza sosta. Arriviamo al Marassi, dove ci sono i pulmann per chi deve ripartire. Dobbiamo stare fermi lì, nel resto della città è guerra. Anche lì, dal nulla, cominciano ad arrivare i lacrimogeni e c'è un accenno di carica: contro gente ferma o sdraiata ad aspettare che partano i pullman, la gente comincia a correre, raggruppandosi il più lontano possibile da fumo, ma tutte le vie di fuga sono bloccate. Da qui, dopo aver trovato altre persone con cui attraversare a ritroso la città, partiamo: dobbiamo tornare alla cittadella del GSF, sul lungomare, per recuperare gli zaini e capire quando e come poter tornare a casa. Ci dicono di stare attenti: nella città la polizia ha scatenato una vera e propria caccia all'uomo. Incrociamo alcune camionette della polizia da cui ci urlano "vi ammazzeremo tutti!" o da cui i poliziotti con la mano mimano una pistola che spara verso di noi, ridendo.
Sequenza 6. La manifestazione è finita da alcune ore. A mezzanotte la polizia irrompe nel centro stampa del GSF. Massacrano di botte tutti quelli che si trovano dentro, tra cui gli avvocati dell'ufficio legale del GSF di cui arrestano il responsabile. C'è sangue ovunque: sui muri, sugli oggetti, sul pavimento, in pozze. Distruggono tutti i computer dell'ufficio legale con dentro decine e decine di testimonianze raccolte durante gli scontri. Requisiscono o distruggono tutti i documenti con le testimonianze e tutte le videocassette con i filmati che provano le violenze gratuite della polizia durante le manifestazioni di venerdì e sabato. Durante la perquisizione, ad avvocati, giornalisti, parlamentari, medici e registi presenti è impedito di entrare. Vittorio Agnoletto e alcuni parlamentari vengono picchiati. Le famose armi comparse in conferenza stampa, sabato notte non si erano viste, e comunque sarebbero state trovate nell'altra scuola perquisita, che fungeva solo da dormitorio per i manifestanti.
Questi tre giorni sono stati un incubo, e l'incubo è proseguito oggi quando ho visto i telegiornali. A parte il tg3 e un po' il tg2, tutti gli altri danno notizie completamente manipolate: è allucinante. Vi prego, non prendete sul serio quello che dicono i media. Stanno stravolgendo la realtà. Sono atterrito. Ho paura. Comincio a rendermi conto di quello che è successo a Genova e ho dentro una rabbia che mi fa piangere. I diritti più elementari sono stati sospesi, l'informazione è completamente sotto il controllo di chi ha voluto e perpetrato questo massacro. Riflettete su questo: prima che venissero fuori le immagini della sparatoria in cui è morto il manifestante, la versione della polizia era che il ragazzo era stato ucciso da un sasso tirato da un altro manifestante. Dato che molta della documentazione raccolta dal GSF è stata distrutta o requisita dalla polizia, rimangono le versioni di governo e forze dell'ordine... E' importante che il maggior numero di persone sappia la verità. Fate girare questa email, parlate con i vostri conoscenti.

Luigi



Ciao.
Non è facile raccontare quello che è successo sabato, a Genova. Il dolore è ancora troppo forte, la rabbia troppo crudele, la tristezza troppo grande. Ma ancora più difficile è stare zitti, non dire niente, ricominciare la vita di tutti i giorni come se quello che abbiamo visto non fosse successo. Come se si potesse dimenticare di aver visto poliziotti picchiare a sangue ragazzi, donne, anziani, manifestanti pacifici che erano seduti a terra con le mani alzate. Non i famigerati black, no. Quelli la polizia li aveva fatti passare, loro erano dietro il cordone delle forze dell'ordine a distruggere la città, intoccabili e preziosi. Il loro vandalismo ha giustificato e legittimato agli occhi di tutti la violenza inaudita della polizia. Ma quella violenza non era rivolta a loro. Davanti alla polizia a prendersi le manganellate e i lacrimogeni loro non c'erano, c'eravamo solo noi, manifestanti pacifici. Noi disarmati, con le mani alzate, noi terrorizzati, a volto scoperto, noi paralizzati, dalla paura, dal dolore, dalla rabbia, dall'incredulità. Noi che da Cuneo eravamo venuti in pullman, e sembrava di andare a una gita, non nell'inferno di Genova, tanto le facce che avevamo intorno erano diverse da quelle dei "manifestanti" che ci aveva fatto vedere la televisione. C'erano famiglie, madri con i loro ragazzi, signore giovanili e allegre, anziani energici. Eravamo in 80, e alla fine della giornata tre di noi erano feriti gravemente, tutti gli altri erano stati picchiati o bombardati dai lacrimogeni. Ho visto una signora di 55 anni picchiata a sangue da un poliziotto: aveva i sandali e una gonna indiana, e la borsa a tracolla, era addossata a un albero, con le mani alzate, lui, corazzato e in assetto da guerra, come un pazzo la colpiva, la insultava, la minacciava: "se vieni un'altra volta a manifestare ti ammazzo". Ho visto un ragazzo asmatico che non riusciva a respirare né a muoversi per il fumo dei lacrimogeni, picchiato senza pietà da un poliziotto. Ho visto un altro ragazzo tornare al pullman con più di 7 manganellate in testa, la schiena distrutta dalle botte, la nuca gonfia e sanguinante. Anche lui era seduto, insieme agli altri, con le mani alzate, quando la polizia gli è piombata addosso, da tutte le parti. E ho visto il corteo. Quel meraviglioso fiume umano, lunghissimo, colorato, pacifico. Quel corteo che nessun giornale, nessuna televisione ha voluto far vedere, quelle trecentomila persone che non volevano distruggere niente, ma solo gridare al mondo che "un mondo migliore è possibile". Quel corteo che non si è lasciato spaventare da cosa era successo venerdì, quel corteo che, incredulo, si è visto precipitare addosso la furia della polizia. Ho visto anche i black, certo. Loro c'erano, ma erano cinquecento, forse 1000, in mezzo a trecentomila. Li ho visti distruggere e dare fuoco a una concessionaria, ma erano dietro al cordone della polizia, alle spalle di quegli stessi poliziotti che ci stavano picchiando a sangue, noi colpevoli solo di essere manifestanti.
Perché?

Una studentessa dell'Università di Torino



"Mio figlio, una maschera di sangue"
Voleva soltanto filmare le manifestazioni. E' stato arrestato e pestato a sangue. Contro di lui, soltanto un verbale-fotocopia. Dice di aver perso i suoi ideali, io li ho ritrovati. Un minuto dopo essere uscito dal carcere di Pavia, liberato da un magistrato genovese che non ha creduto all'atto di accusa stilato in fotocopia per tanti, resistenza e lesione a pubblico ufficiale durante la contestazione al G8, e che non ha neppure convalidato l'arresto, mio figlio ha disobbedito a me ed a sua madre. Gli avevo chiesto di farmi vedere tutte le ferite coperte dagli abiti, mi ha detto di no, dovevo "accontentarmi" dello scempio visibilissimo sul viso, otto punti al sopracciglio, un occhio circondato dal viola dell'ecchimosi e invaso dal sangue, il labbro rotto, e della visione della schiena, piagata dalle manganellate e dai colpi calati col calcio del fucile. Oh, si vedevano anche i segni delle manette che gli erano state strette troppo fortemente ai polsi, ma dire manette è un errore, il termine tecnico è un altro che lui sa e io no, sono specie di ceppi che segnano la carne. I pantaloni scendevano perché la cintura non c'era più, era stata sfilata di brutto all'ingresso in cella, rompendo tutti i passanti, e si vedeva qualcosa delle mutande piene di sangue. Però lui non ci ha lasciato vedere tutto, non voleva farci del male con quello "spettacolo".
Erano le 19 di lunedì. Settantacinque ore prima mio figlio, che ha 26 anni ed è creatura gentile, tenera, prudente sino ad essere paurosetta, massima esplosione di esuberanza fisica il tifo urlato e cantato per il suo e mio Toro, aveva compiuto il grave errore di partire con amici da una località di mare in provincia di Savona per andare a Genova e filmare - lui che studia anche giornalismo televisivo a Torino e mette insieme documentari assortiti - qualcosa del Genoa Social Forum, della contestazione contro il G8. Filmare e basta, cercando immagini di protesta corale e coreografica, filmare accanto a un gruppo di vecchie signore che vendevano magliette-ricordo. Una carica dura delle forze dell'ordine, è la zona dove è stato appena ucciso quel ragazzo, le signore alzano le mani, i suoi amici scappano, lui non può perché cercando di allontanarsi si inciampa, cade, resta in ginocchio, a mani alzate. Gli piombano addosso, quelli delle forze dell'ordine, e gli spaccano la telecamera e la faccia, gli tatuano la schiena, gli martoriano tutto il corpo. Tanti vedono, nessuno può intervenire. Se lo disputano come ricettacolo di colpi poliziotti e carabinieri: ad un certo punto lui si trova con una mano nella manetta di un agente, l'altra nella manetta di un carabiniere. Implora una scelta, mica possono squartarlo. Se lo aggiudicano i carabinieri, che lo portano via, gli dicono che un loro commilitone è stato ucciso, in una caserma, questo sarà lo spunto per altri pestaggi, stavolta specialmente con calci. C'è anche il passaggio in un ospedale per una medicazione, fra medici sbalorditi, indignati. Poi - ormai è notte - via su un torpedone verso il carcere di Pavia, la cella di isolamento: la richiesta di poter orinare prima del viaggio viene respinta con un pugno sul viso ferito e invito al fachirismo o al farsela addosso, comunque unica violenza fisica da parte della polizia penitenziaria. Poi la prigione, senza ora d'aria, con poco cibo e l'acqua calda del rubinetto. Passa tutto il sabato, passa tutta la domenica. Tocca agli infermieri del carcere inorridire per le ferite da medicare. Al lunedì mattina la decisione del magistrato, sollecitato da un bravo avvocato che sa smontare le accuse inventate sul verbale in fotocopia, come quella di detenere uno scudo in plastica, vistoso e imbarazzante, ancorché strumento di difesa, non di offesa, ma inesistente, inventato. Fra la decisione del magistrato e la scarcerazione passano sei ore per le cosiddette pratiche burocratiche. Sei ore di vita libera tolte ad un ragazzo pienamente scagionato. Sei ore di attesa per noi nel forno davanti al carcere. E' uscito senza la telecamera ed uno zainetto, spariti. Gli hanno ridato il telefonino, lo aveva in tasca, è stato distrutto dalle manganellate. Ho saputo venerdì nella notte, da una telefonata dei carabinieri, che era in arresto e "stava benissimo". Non mi hanno detto altro. Mi sono precipitato a Genova, comunque. Era l'alba di sabato, telefonando ai carabinieri ho saputo che ero stato stupido a mettermi in viaggio, chissà dove era mia figlio, Mi hanno detto comunque di un avvocato di ufficio, nome e cognome: ma al telefono c'era soltanto una voce meccanica. Ho trovato aiuti da giornalisti amici, ho trovato un bravo avvocato, la procura di Genova era aperta e collaborativa, ho saputo del trasferimento a Pavia. Ho goduto della posizione di giornalista per rintracciare qualche informazione, molta solidarietà. Ed anche per essere allenato a come avrei visto mio figlio: colleghi esperti mi hanno detto, sì, di prepararmi a vederlo conciato male. Ma nonostante tutto da venerdì notte alla fine della giornata di lunedì ho vissuto una situazione da "Missing", il film americano sulla tragedia del Cile ma anche sull'angoscia che ti prende quando sai poco o nulla di una persona cara portata via, nella mia angosciata particolare esperienza di immaginarti il figlio con le sue ferite, per anestetizzarti all'impatto (non servirà a nulla, sarà comunque una cosa tremenda). Un bravo magistrato ha interrogato, eseguito riscontri, ascoltato testimonianze, e non ha creduto alle accuse a mio figlio elencate in un verbale che pareva proprio prestampato, eguale per tanti, ha creduto al racconto dolente ed angosciato di un ragazzo nonostante tutto più stupito che indignato, più sereno che dolente. Nella giornata passata fuori dal carcere di Pavia ho parlato con tantissimi parenti e amici di altri di quei provvisori desaparecidos. Ho visto uscire dal carcere altri ragazzi coperti di ferite. Ho potuto anche pensare che a mio figlio è andata bene, non è stato colpito alla pancia, ha avuto un avvocato solerte, ha trovato i suoi genitori fuori dal carcere ad aspettarlo, nei limiti del possibile confortarlo. Una parlamentare che ha visitato il carcere ha parlato a noi in attesa di ragazzi feriti, distrutti, piangenti, brutalizzati direttamente dai colpi presi, indirettamente dalla situazione kafkiana dell'isolamento. Lui mi ha detto che le visite di parlamentari e consiglieri regionali sono state un balsamo comunque, per quel poter parlare serenamente di qualcosa con qualcuno, senza prendere colpi e ricevere insulti (una bella - cioè orribile - antologia, quella delle aggressioni verbali in pratica continue, l'ha messa per iscritto quando in carcere ha avuto una penna e qualche foglio, c'è davvero tutto per umiliare uno che patisce anche le parole). Ho provato a chiedermi, da democratico assoluto, disperato, se proprio non è possibile ad un cittadino filmare della sua Italia, oltre che i monumenti e i tramonti e le feste di famiglia, anche una manifestazione di protesta senza dover essere brutalizzato, ridotto ad un manichino sanguinolento, sfregiato sul viso per sempre, da forze dell'ordine violente con i deboli e impotenti di fronte ai veri violenti, visibilissimi, colpibilissimi, le tute nere, nella fattispecie di Genova. Cercherò di saperlo per vie legali, confido nella legge. Mio figlio mi ha detto - spero perché ferito ed umiliato, non perché definitivamente portato ad una scelta - che rinuncia agli ideali. Ma non ci credo. E comunque ha rifornito di ideali me.

Gian Paolo Ormezzano



LA QUESTIONE non è se il ministro dell'Interno, Claudio Scajola, debba dimettersi o restare al Viminale, per il momento. Quello che è accaduto a Genova non può precipitare subito nella polemica politica fra governo e opposizione. Qui non sono ancora chiari i fatti e, fin quando non lo saranno, ogni responsabilità sarà scolorita e troveranno spazio soltanto le strumentalizzazioni, i pregiudizi, le convenienze di schieramento, mentre altro sembra in gioco. In gioco sembra esserci il diritto di manifestare la propria opinione nel rispetto delle forze di polizie e i limiti a cui devono sottostare polizia e carabinieri nel garantire l'ordine. Dall'altro lato, la fiducia che le forze dell'ordine devono avere nel rispetto delle regole di convivenza civile da parte di chi manifesta. E' un problema che non si ferma, purtroppo, a Genova, ma che potrebbe ripresentarsi nei prossimi mesi se l'Italia dovesse affrontare una situazione di acuta tensione politica e sociale. Non c'è soltanto la globalizzazione. L'agenda politica offre un calendario (pensioni, scuola, sanità, relazioni sindacali) denso di occasioni di confronto e scontro. Il ministro dell'Interno ha dato la sua ricostruzione dei fatti alla Camera l'altro giorno. E' stata una ricostruzione superficiale, come un chiacchiericcio fra poliziotti in Questura. Ben altre sono le risposte che ci aspettavamo alle questioni ancora oscure e che rendono incomprensibili le giornate del G8 genovese. Qui tenteremo di proporne qualcuna. Conviene cominciare dalla